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Mente e funzionalità

La mente è sovente identificata con il cervello dell'uomo, ossia assimilata al concetto di esso. In verità se ne discosta molto, non rappresenta l'insieme dei processi cerebrali e quindi un prodotto del cervello, al contrario è la causa della sua attività, la sua linfa vitale. L'organo cerebrale è fondamentalmente il suo più grande strumento che, grazie alla ricerca scientifica, sempre incompleta ma tenace nell'opera, sembra racchiudere molto della potenzialità umana ancora sconosciuta (ovvero non classificata socialmente).
Lasciando l'argomento specifico a chi ha certamente più competenza tecnica, analizziamo la funzionalità mentale dell'individuo.

La percettività e la relativa elaborazione producono un esito che determina un atto. Atto inteso sia come azione fisica ma anche come pensiero. La percezione però è profondamente influenzata da svariati fattori e il procedimento elaborativo di essa subisce deviazioni impreviste.

Ponendo uno sguardo materialista sul tutto (basata quindi unicamente sulla conoscenza empirica), il primo evidente fattore di errore è senz'altro costituito dalle condizioni di circostanza del senso impiegato per l'interazione con il sensibile. Un organo di percezione può essere più o meno efficiente e questo comporta, anche ipotizzando una assoluta obiettività del soggetto, ad errori di valutazione che possono essere minimi o considerevoli.
Ancora più fuorviante è senz'altro il modo di ragionamento che traduce la sensazione in concetto, da cui poi procedere in atti. La mente al di là di una imperfezione eventuale genetica (veramente è certa, anche se variabile), risulta profondamente soggetta a condizionamenti ed influenze. Tali condizionamenti ed influenze sono invero originati da essa stessa. Sebbene siano provocati da fattori esterni, agiscono tramite parametri interiori.

La mente non è costituita da parametri razionali, ovvero coerenti al principio di linearità consequenziale spazio/tempo causa/effetto, ma necessita di integrarsi ad esso per poter comprendere il tutto del piano relativo contingente e quindi determinare la propria compartecipazione. Il piano esistenziale assume un valore assoluto che in realtà, nell'essenza, non possiede. Ciò determina un disagio collaterale che si manifesta in forme poliedriche e spesso contorte; per esprimersi in luoghi comuni sociali, l'insicurezza, il non sapersi identificare in un ruolo è un sintomo (la comprensione della futilità materiale e lo schiacciante peso dei timori ) come lo è altrettanto una spiccata sicurezza, porsi un ruolo e un obiettivo ben preciso (offre l'illusione di dare un senso alla vita e soprattutto permette di fugare i timori). Come un sottofondo persistente, la mente ha quindi un problema invalicabile e gravoso: la dicotomia, inoccultabile a livello inconscio, tra l'accettazione del reale contingente da una parte e dall'altra quella che socialmente potrebbe essere definita la propria “fantasia” (ma attenzione al concetto di fantasia: se pensate che l'infinito sia una fantasia… la mente sta giocando brutti scherzi). Tale problematica è probabilmente la causa di tutta una serie di errori di valutazione del circostante e soprattutto di se, poiché l'individuo percepisce che lo spazio infinito è troppo stretto per tutti e quindi tenta di imporsi proiettando una necessità di sopravvivenza del mondo materiale in quello metafisico e così facendo compie nel mondo reale irrazionalità che sono contrarie alla propria esistenza (nel piano relativo).

Modi di ragionamento

Con il presupposto di un vizio originale, la mente ponendosi a confronto con il reale affronta l'esigenza di compartecipazione ad esso e pertanto utilizzerà dei metodi di integrazione che possono variare e di cui sono trattati a seguire alcuni esempi. L'indeterminabile molteplicità delle modalità utilizzate è determinato dal fatto che la mente non possiede un agire lineare semplice, individuabile in base a leggi fisiche e poiché gli elementi che possono produrre deviazioni e cause sono di quantità indefinibile.
Una costante però è rappresentata da quella che si potrebbe definire come indolenza mentale, ovvero la tendenza cerebrale ad accostare i dati in modo tale da comprimerli accomodando nuovi fattori su strutture di quelli già acquisiti, in verità ciò dimostra che per natura l'uomo auspica, ignorando le piccolezze, ad una conoscenza superiore, che però non è così facile da perseguire. Piuttosto negli effetti conduce più ad una certa superficialità ed offre un largo margine di errore, che in fondo è sempre ben poca cosa rispetto alle pressioni dell'ego individuale.

Una prima modalità che possiamo considerare è quella appunto del risparmiare analisi includendo nuove esperienze con quella precedente, utilizzando un accostamento di similarità. Un principio di base più che corretto, ma che comunemente porta a non guardare più bene con attenzione e classificare senza compiere una reale analisi e soprattutto il giudizio di similarità viene applicato con approssimazione e disinteresse; al contrario, su quell'assunto (superficialmente elaborato), si fondano invece profonde convinzioni incrollabili, altresì, in alcune situazioni possono esprimersi in guise molto motivanti nonché rovinose.
Un'altra modalità può essere quella del negare quanto non risulta piacevole, procedura che innesca un rifiuto della realtà impedendone l'acquisizione in termini di conoscenza.
Simile negli effetti è quella della paura, essa però può ottenere l'effetto opposto, ovvero invece di negare un fatto sgradito, questo viene immaginato anche se non esistente.
Analogo è quanto avviene con la modalità del desiderio, che può far immaginare concetti inesistenti. Spesso avviene che un misto di paura che non si realizzi qualcosa e il desiderio che si realizzi qualcos'altro renda la mente cieca e inabile all'obiettività, il che produrrà una idea del tutto fallace degli eventi.
Il più delle volte la gente vede ciò che vuole vedere oppure non vede ciò che non vuole vedere. In un modo o nell'altro la mente interviene per modificare concettualmente quanto appreso, se soggetto ad un commento emotivo. Quanto invece non sortisce un effetto di interesse personale può anche essere non notato ad un livello conscio ed in ogni caso ancora più facilmente subisce un percorso di accostamento per similarità, quindi immagazzinato come dato di comodo.

Il metodo dell'accostamento per similarità garantirebbe una proficua crescita se correttamente utilizzato, vale a dire che il nuovo fattore dovrebbe essere confrontato con il precedente per nuova analisi e formulazione, arricchendolo o correggendolo. L'elemento precedente sarebbe quindi aggiornato e il nuovo dato compreso più correttamente. Al contrario è dannoso il persistere con un parametro di base scorretto cui si continua a rapportare tutto, costituendo quindi un errore padre di altri errori. Altrettanto deleterio è l'accostare il nuovo elemento ad un precedente che invero possiede tutt'altra natura e costituzione, tale fatto potrebbe solo comportare un arricchimento in senso negativo.

Ma il maggior danno, la maggiore aberrazione che subisce la mente è rappresentato dall'espressione dell'io. Il processo mentale è influenzato, suggestionato, deviato e guidato dalla prepotente e ingerente affermazione dell'io. Il tutto, l'ogni cosa, è interpretato in riferimento alla propria persona e si ampliano le deformazioni del comprendere fino a forme estreme. L'imposizione concettuale dell'io prioritario riduce l'abilità cognitiva mentale ancora più del desiderio e della negazione (che fanno sempre parte della manifestazione egocentrica ma in forma non assoluta).

Il paradosso dell'ego

L'ego è in verità il più grande oppositore della mente. Ovvero della sua corretta funzionalità. La percezione è compromessa e le reazioni conseguenti dirottate in rapporto alle sue esigenze emotive. Tali esigenze sono frutto dell'interazione socioculturale e dei timori esistenziali. Ama se stesso e teme il proprio smarrimento. E la necessità di affermare il proprio essere lo spinge oltre la razionalità.
Il vero bene, e dell'individuo e della specie, viene allontanato ed ignorato, mentre assurge come essenziale il primeggiare. Tale condizione comporta un atteggiamento in forte contraddizione anche con gli stessi principi devianti.
I primi evidenti comportamenti contraddittori sono palesi nelle personalità che sacrificano tutta la propria vita nella ricerca dell'approvazione popolare nelle rincorsa di un appagamento narcisistico che li pone come protagonisti alpha nel panorama sociale contemporaneo. Rinunciano ad una propria evoluzione interiore concentrando tutta la propria energia vitale nell'assumere più potere possibile con la massima approvazione del prossimo da cui desiderano essere invidiati e temuti. Meno appariscenti altre forme più blande sono largamente diffuse nel quotidiano, laddove l'individuo rispetta i dettami e le indicazioni che lo rendono accettabile e invidiabile e dedica tutto se stesso e la propria vita a realizzare quella gratificazione affermandosi sugli altri nel modo che è voluto da essi.

E' necessario ottenere l'approvazione altrui per potersi sentire migliore di essi ed invidiato, pertanto un grande impegno viene adoperato per il raggiungimento della loro approvazione o anche del loro timore, in ogni caso, sono sempre gli altri a definire il proprio modus vivendi e il proprio stesso motivo di vita. Arrivismo, brama di successo, sfoggio di bei vestiti, gioielli, belle auto, servono a dimostrare al contesto sociale il proprio valore, immolando la propria stessa esistenza sottomettendola al giudizio altrui, dimentico di quelli che potrebbero realmente essere gli interesse personali. E' frequente infatti che l'individuo si distragga dai vantaggi personali e magari anche egoistici a causa di un più superficiale appagamento dell'io che è soggetto a forze interiori del tutto irrazionali ma ben consolidate. Condizione che vale nelle operazioni relazionali di vario tipo, anche le più semplici e che ben avvisato da persone “furbe” consentono una discreta manipolazione

Ma rivolgendo uno sguardo più ampio, rattrista come la diplomazia indirizzata alla pace, alla convenienza comune, è sovente accantonata dall'orgoglio, la rabbia, la prepotenza, che concludono in azioni ostili di nessun vantaggio per alcuno ma che al contrario conducono a perdite indesiderate. Piuttosto che perseguire un fine proficuo ed in definitiva logico, l'ego antepone la propria affermazione, ma paradossalmente in guise opposte a quanto realmente desidererebbe se fosse libero da sollecitazioni emotive che incantano seducenti ma si rivelano in atto sfavorevoli.

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