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Comunicazione - Interazioni concettuali

Trasmissione verbale

La specie umana gode, tra le forme di vita conosciute, della più vantaggiosa e insostituibile capacità che possa essere auspicata ai fini evoluzionistici, nonché per la sopravvivenza: la possibilità di dialogare. Anche un gesto può essere molto eloquente (è sufficiente pensare a come mandare a quel paese), ma se si desidera un approfondimento, una definizione di dettagli accurata, l'esposizione di concetti vasti e la determinazione di verità obiettive, ma anche la trattazione di quelle teoriche, necessitano di una esposizione ricca di una grande quantità di dati che soltanto la gestione di segni convenzionali verbali o scritti rende possibile. Sebbene si potrebbero considerare altre forme di intercomunicazione tra entità di tipo telepatico o empatico, non essendo queste validamente dimostrate dall'angolazione positivista sociale e nemmeno storicamente rilevanti per un progresso socio-culturale, il mezzo comunicativo principale di interazione tra individui è la parola, intesa ovviamente non nel senso stretto letterale, ma come strumento funzionale di uno scambio concettuale. Ma essa, laddove pur essendo strutturalmente univoca nel senso esposto, è soggetta tuttavia all'interpretazione dell'ascoltatore, il quale non sempre riesce a cogliere il vero significato di quanto all'origine e ciò sia per una cattiva esposizione ma anche più spesso per una serie di fattori che intervengono in fase di decodifica del messaggio ricevuto.

Fobie, nevrosi, desideri. L'imparzialità degli interlocutori è per la maggiore improbabile, a dir poco. Gli argomenti trattati provocano reazioni emotive correlate ed a causa di esse mutano in forme del tutto differenti da quelle che nelle intenzioni, avrebbe voluto chi li ha proposti.
Parimenti, anche chi propone un argomento è soggetto ad altrettante pressioni emotive che discostano da una esposizione obiettiva ed inoltre molto spesso istigano a promuovere concetti che invero sono finalizzati più a circuire il prossimo o a sostenere la propria tesi per tutt'altri motivi che la diffusione della conoscenza della verità o comunque semplicemente un proprio pensiero.

Equivoci concettuali

Per le motivazioni espresse precedentemente, è possibile osservare la frequente manifestazione della faziosità cerebrale. L'individuo medio detiene una base culturale che è propria ed essenzialmente ricca di esperienza personali e deduzioni biomeccaniche che produrranno reazioni automatiche (sul tipo nevrotico, per capirci). Di conseguenza la parola, intesa sempre come concetto espresso, provoca delle reazioni di tipo personale. Ovvero l'esposizione di un fatto è causa di processi cerebrali di vario tipo, scatenantesi per fattori eterogenei individuali di cui non di poca rilevanza il semplice bagaglio culturale dell'ascoltatore. La parola ricevuta viene sottoposta ad elaborazione, ma sempre secondo un proprio parametro personale che molte volte discosta da quello di partenza che lo ha generato. E' inevitabile quindi la deformazione del concetto, che se continuerà ad essere divulgato, assumerà con molta probabilità forme sempre più differenti rispetto la versione originale. Il consueto effetto gossip senza controllo.

La difficoltà di chi tenta di esprimere un concetto che sia comprensibile e soprattutto possa essere compreso integro è davvero sovrumano. Invero egli dovrebbe riuscire a conoscere ogni influenza interpretativa del soggetto ricevente ed adattarsi quindi al processo di decodifica cui sottoporrà il messaggio. L'ipotesi di uno sforzo all'inverso (cioè da parte ricevente) votato alla comprensione risulterebbe ancora più improbabile.
Altresì chi è più sensibile al valore della comunicazione dovrebbe possedere anche la disposizione a comprendere quanto realmente l'interlocutore voglia esprimere e ciò comporterebbe impegnarsi oltremodo nel considerare i fattori determinanti la forma verbale di cui questi decide fare uso.

In conclusione la parola è quanto di più soggetto all'equivoco interpretativo, non tanto per la forma espositiva che certamente ha la sua importanza, ma più che altro per i deformanti contesti mentali individuali e l'indolenza nell'impegnarsi, anche con un piccolo sforzo da parte di entrambi, sia chi espone sia chi ascolta, per concretizzare una funzione obiettiva di interscambio comunicativo.

Conforto verbale

La disanima sulla comunicazione rivela un aspetto alquanto singolare sebbene di consuetudine: quanta importanza psicologica viene posta sulle parole espresse. Sembrerebbe che la verità possa essere modellata per mezzo di esse. Il concetto espresso assume la forma preferita di un fatto reale che in se risulta poco gradito. L'uso di determinate parole, probabilmente più corrette nel definire quanto accade, producono irritazione e negazione nella persona che tende a fugare la constatazione obiettiva che viene bandita, prediligendo al contrario forme espressive più apprezzabili riducendone la drammaticità o addirittura creando complessi artefici verbali finalizzati a sostenere verità ben differenti che non di meno assumono mentalmente una forma reale soggettiva.

Gli uomini dunque si ergono a scultori del mondo usando come scalpello le parole. Il giudicare ogni cosa con la possibilità di plasmare a proprio piacimento il vero offre una considerevole consolazione riguardo ciò che non si considera accettabile, al contrario è intollerabile l'eventuale realistica esposizione obiettiva di alcuni, che ovviamente devono essere aggrediti, messi al bando e screditati.

La parola dunque ha un reale potere?

Se in principio era il verbo, la risposta arriva da se. Ma la componente energetica delle parole ha un valore reale in quanto influsso integrante negli eventi? Tralasciando un aspetto più “magico” della questione, si riscontra facilmente come sovente la parola eserciti un potere persuasivo sugli individui e che quindi il suo influsso sugli eventi diviene, anche se indirettamente, un dato realistico. Ciò si verifica in quanto l'informazione stimola interesse e convincimento evocando esperienze, teorie concettuali, opinioni socio-ambientali ed emozioni in chi le ascolta. L'efficacia invasiva, se deliberata, necessita di una buona conoscenza della cultura di fondo del destinatario.
Ed è in tal guisa che le masse subiscono il fascino di quanto richiamato da slogan pubblicitari finalizzati al trionfo di una fazione politica o di una necessita di guadagno imprenditoriale.
Se possiamo considerare il primo mezzo prevaricatore la violenza fisica, il secondo senza alcun dubbio è il dialogo. Ma mentre il primo appartiene più ad una fase primitiva e impulsiva, il secondo agisce subdolamente e si rivela molto più potente e devastante.
Sebbene entrambi siano biasimevoli ed ignobili, lo sdegno provocato dal primo è più immediato, in quanto maggiormente comprensibile a differenza del secondo che più occulto a volte non viene nemmeno riconosciuto come tale.

Una grande dote quindi, o un grande dono a secondo del proprio credo, che dovrebbe rappresentare un considerevole aspetto positivo dell'umanità assume la funzione deprecabile di mezzo prevaricatore con funzione repressiva, ovvero persuasiva, ma pur sempre finalizzato a condotte che mirano all'accrescimento egoistico e materialista di gente priva di scrupoli e profondità spirituale a scapito del prossimo.

La credibilità

La tendenza mentale a ricondurre tutto ad una conformazione di regole quadridimensionali che possano risultare comprensibili e il timore di riconoscere la propria limitatezza volgendosi all'ignoto, ovvero quanto inintelligibile, inducono le umane genti all'utilizzo di parametri prefissati, che una volta adottati, nulla può più riportare alla riconsiderazione. Tale processo mentale per facilità di operato e risparmio energetico viene attribuito anche nei piccoli eventi del quotidiano che il più delle volte hanno ben differenti forme di immutabilità, ovvero divengono; ma poiché il soggetto giudicante ha espresso già la sua sentenza, non considererà più una analisi obiettiva.

Di conseguenza chi espone un concetto è soggetto alla valutazione di credibilità: se dall'altra parte vige la stima della autorevolezza allora avrà buone probabilità di ascolto, diversamente se l'ascoltatore non ripone alcuna fiducia o addirittura svilisce la fonte, quanto espresso sarà per nulla preso in considerazione e quasi sicuramente verrà anche alterato nei significati.

Il contesto sociale già definisce quali siano le fonti credibili e l'individuo sempre più incapace di giudizio personale si aggrega ad esso, anche per non subire una sgradita emarginazione. Il potere della diffusione sulle masse dipende dalla credibilità raggiunta e una volta raggiunta, essa porterà ogni individuo a non voler perdere la stima da parte del prossimo adattandosi a quello che è “verità”. Per quanto nelle circostanze odierne sono tanti, eterogenei ed in antitesi i concetti e i pensieri espressi, dando l'illusione di spontaneità e libertà di comunicazione, in verità esiste una matrice comune di fondo (profitto e tornaconto) e l'autorevolezza di chi detiene il potere indica i modi comportamentali che devono mantenere le masse. Queste ultime peraltro ritengono di acquisire maggior valore adattandosi e aggregandosi al gregge umano costituendo una società dominata e guidata a vantaggio di chi gode della prevalente credibilità da parte di essa.

Nel contesto relazionale qualora si volesse intrattenere un dialogo con qualcuno, si dovrebbe prima di tutto porre il quesito se vige la credibilità nei propri confronti, poiché, in caso contrario, lo sforzo utilizzerebbe tante energie e stress senza riuscire poi a produrre alcun risultato. Se non vi è credibilità, non ci sarà mai l'opportunità di dialogare. Dialogare nel senso obiettivo, condividere pensieri nella loro genuinità e veracità. Limitandosi ad un desiderio di scambio culturale, la faccenda può risolversi con una semplice e vantaggiosa resa, se invece necessita la determinazione di una conclusione esecutiva, meglio utilizzare altre vie (non la soppressione, metodi diplomatici sarebbero preferibili).

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