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Ostilità innata

Il conflitto è il sentimento maggiore

All'interno delle aggregazioni sociali, a dispetto di quello che dovrebbe essere il motivo ispiratore originario, si riscontrano tratti alquanto deludenti, cioè, al contrario di una auspicabile solidarietà finalizzata al bene comune, non solo al prossimo viene assegnato il ruolo di “sfruttabile”, ma anche la condotta comportamentale a vari livelli si dimostra più affine ad una condizione conflittuale che di sostentamento reciproco.

Per quanto ampio sia il ventaglio delle emozioni umane riferite al rapporto interpersonale, sembra avere uno spicco maggiore, distinguendosi abbondantemente, la tendenza alla discordia come si trattasse di una necessità vitale o quanto meno una peculiarità strutturale.

Il dissidio sembrerebbe essere l'istinto innato principale. Ed in verità talvolta si manifesta in forme meno palesi, quali gli atteggiamenti più remissivi che confermano che lo status originale precipuo è quella di sfiducia e quindi di ipotesi di dissapori che facilmente possono verificarsi.
Nel suo aspetto più aggressivo, invece, appare maggiormente evidente e lo si riscontra con estrema facilità. Per la brama di sopraffazione e quindi autoaffermazione, ma anche per difesa temendosi vulnerabili, gli individui scatenano una forma ostile nei confronti di interlocutori, di familiari, di concittadini, di amici, di partner affettivi, di tutti coloro che intervengono in relazione con il proprio io. Quale che sia la causa scatenante, l'individuo tende a primeggiare sugli altri o ad assumere misure difensive che si traducono in funzioni conflittuali ed ovviamente in tal modo non è garantita, anzi ne viene indebolita e destabilizzata, l'efficacia di una autentica sinergia collettiva.

Conversazione: darsi ragione

Il dialogo così importante per la determinazione di scambi culturali è il primo elemento di valenza sociale a subire un decadimento istigato dalla cattiva interazione individuale: piuttosto che cercare di comprendere e provare a essere più comprensibili, al fine di uno scambio ideologico che possa consentire un'evoluzione, un accrescimento e non di meno fornire dei chiarimenti relazionali che spesso è necessario esprimere a parole in quanto non sempre intuiti, l'individuo pone se stesso all'interno di un ring dove la vittoria è rappresentata dal sostenere il proprio dire e dalla negazione di quello altrui. Tutto ciò impedisce la funzione fondamentale del dialogo, che così si limita a soddisfare esigenze mentali e psicotiche, come sfogo e affermazione di se e diviene piuttosto un fine (discutibile) e non un mezzo per qualcosa di effettiva rilevanza (così come dovrebbe essere).

Relazioni affettive ovvero i conflitti più contorti

Nei rapporti cosiddetti affettivi si ha l'opportunità di assistere ad una delle conferme della irrazionalità umana. Nella maggior parte dei casi, si fa uso della parola amore per giustificare mania di possesso, desiderio di sopraffazione e timori di solitudine. L'altra metà deve svolgere il ruolo di oggetto su cui è riversato il grande amore vantato. Discorso simile si scorge anche nei rapporti figlio/a - madre/padre, da parte dei primi vige la perentoria richiesta di accudimento, mentre da parte dei secondi vige la conferma della propria autorità e delle proprie speranze che ovviamente causeranno poi una gran delusione. I genitori sono sempre delusi dai figli. Anche perché quando si proiettano le proprie insoddisfazioni, difficilmente si raggiungono risultati soddisfacenti. Anche se superfluo è sempre bene precisare che gli argomenti trattati si riferiscono sempre all'eventualità più comune e che quindi non intendono decretare una regola valida per tutti i casi. I litigi in famiglia e tra le coppie fanno parte del quotidiano. Per alcune persone sembra si tratti di una necessità irrinunciabile: la lite probabilmente alimenta l'animo di taluni individui che sembrano cercare ed adattarsi a situazioni che possano garantire il continuum belli, infatti laddove la ragione suggerirebbe una fuga per salvaguardare un minimo di serenità, il loro insano gusto per le ostilità li attira e li cattura.
Nella media dei casi è quasi certo che almeno uno dei due elementi (consideriamo il numero minimo di un rapporto, cioè la coppia) tenti la prevaricazione, sostenuto dal giusto e lodevole amore che lo anima. Dal momento che ogni azione produce una reazione, molto probabilmente il loro dialogo (in senso di scambio concettuale ed emotivo) prenderà dei toni più accesi e ad ogni modo mai uno tenterà di comprendere l'altro. Incomprensioni, a volte soltanto pretesti, diversità, inadempienze procurano anche le reazioni passive, che non sono dissimili in origine dalle liti, più d'effetto, ma constano in atto di disposizione di embargo relazionale oppure l'assenza di una reazione più aggressiva sfoga in un biasimante pettegolare con persone esterne alla coppia in questione.
Nei rapporti parentali le condizioni non sono di molto differenti, la natura umana si manifesta sempre allo stesso modo, ma la parentela è qualcosa che ci si ritrova e che è consolidata da un legame di sangue, per cui nella maggiore dovrebbe permanere un solido affetto di base ed in qualche modo, non trattandosi di persone scelte, è più accettabile la presenza delle divergenze. Le liti, anche se presenti e magari frequenti non sfociano in estremizzazioni ben più facili in altre condizioni, ove non presenti vincoli di sangue. Questo sempre nella media dei casi.. Accade spesso invece che si determini una profonda ostilità e forti rancori tra parti dell'ambito familiari che possono sfociare in azioni deplorevoli ed inaspettati per la loro brutalità.

Spunti e pretesti

Il dissertare su argomenti di vario tipo è sovente un'occasione per creare una situazione di contrasto. Ovvero una tesi si contrappone a quella dell'interlocutore per il semplice motivo di poter imporre la propria autorevolezza sull'altro. Molto spesso infatti un'esposizione suscita un'opposta teoria che è sostenuta per condurre al dissidio verbale, piuttosto che perché frutto di un pensiero personale differente. Il conflitto è un cibo di cui va a caccia una buona parte dell'umanità, una tendenza che è una naturale dote dell'individuo. Un ancestrale istinto di sopravvivenza, i timori e desideri, ma soprattutto un forte, fortissimo amore per se stessi, spingono l'individuo a cercare pretesti per poter concentrare il proprio io nella sua massima espressione: la prevaricazione. Intuita come affermazione dell'io.
Le relazioni con il prossimo presuppongono l'inferiorità di quest'ultimo e sebbene la certezza di ciò è molto solida ad un livello cosciente, l'esternazione con forme di ostilità offre una conferma più tangibile e mette a tacere quella flebile voce interiore che giunge da un livello inconscio e tenta di ricordare quanto quella convinzione sia invero alquanto incerta. A dir poco.

L'amore per l'odio

La massima espressione dell'irrazionale tendenza innata al conflitto è la guerra. Ovvero quando la forza bruta, quando i metodi repressivi assunti sono la violenza e l'efferatezza, quando la pietà è dimenticata e il desiderio di sopraffazione raggiunge il suo culmine. Dalla zuffa tra pochi discordi, deplorevole ma ancora comprensibile per la stupidità intrinseca agli esser inferiori, si giunge alla guerra tra popoli dove la ragione è stabilita dal maggiore potere bellico. Viene inferto un danno fisico altrui che invero rappresenta un notevole oltraggio alla propria dignità umana.
Ma l'amore per la guerra è così radicato nell'animo da permeare molti aspetti del quotidiano. I bambini giocano simulando uccisioni manifestando la loro più cruda natura con tanta innocenza quanto rivela compiacenza l'adulto; le armi vengono prodotte in serie e rappresentano per alcuni paesi ovvero per alcune categorie della specie una gran parte del profitto generale, il progresso tecnologico e le scoperte scientifiche vengono instradati nella generazione di mezzi ancora più devastanti e la cultura generale della società apprezza istiga e si adagia su diffusione di arti marziali e combattimenti che possano appagare quel desiderio belligerante che infesta l'umanità, rappresentando il maggiore limite evolutivo per una umanità incapace di unirsi in una forza unica mirante al miglioramento dell'esistenza e prosecuzione della specie.
Sebbene per alcuni il ricorrere alla soluzione bellica è un metodo per affermare il proprio predominio, per molti altri, gli individui cui si appoggiano per l'esecuzione, l'efferata violenza costituisce un piacere in se, infliggere danno fisico ad un altro con la propria volontà li gratifica immensamente. Ancora più sconcertante è assistere ad eccidi di innocenti in condizioni di inferiorità (dal punto di vista militare), sostenuti da principi inneggianti ad ideali e alla salvaguardia dei diritti umani. Pretesti per interessi economici ed intolleranze garantiscono un argine di notevole imponenza allo sviluppo evolutivo della specie, sia ad un livello individuale che collettivo. Nonostante nella maggior parte del pianeta si sia ormai raggiunto un livello di civiltà considerevole, si continua a coltivare quell'innato desiderio che nasce dal senso di inferiorità che a sua volta nutre la collera, nel tentativo di imporre la meschina affermazione dell'ego.

Anche qui una precisazione, a volte il ricorso al combattimento non è sempre dettato dall'amore per l'odio, ma è una esigenza difensiva ed inoltre, anche se in modo un po' contorto, perfino un attacco può essere mosso da un principio difensivo e quindi non desiderato ma spinto dalle necessità. Purtroppo a causa della stessa natura dell'uomo diviene spesso inevitabile l'uso di metodi repressivi, ma non per questo desiderabili, al fine dell'applicazione della giustizia. Senza alcun dubbio subentrano però molte perplessità sulla corretta determinazione del giusto, ma questo è un discorso ancora più complesso.

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